Le promesse

Gli ufficiali prigionieri a Celle durante la prigionia si mobilitarono per aiutare le famiglie toccate dalla guerra negli affetti e nella salute fisica

Opera Pro mutilati

Nel diario di Giacomo Desana nel novembre 1918 viene registrata la costituzione di un fondo, che una volta tornati in patria dovrà essere devoluto a nome degli Ufficiali di Celle, a un’Opera Pro mutilati.

Il fondo è ricavato dalla vendita di bandiere, biglietti per gli spettacoli rappresentati nel lager, tombole.

Il comitato esecutivo è formato dal generale Fochetti (presidente onorario), dal maggiore Mario Pallenzona, (presidente) dai capitani Alberico Fiori, Amedeo Marangio, Piero Alliata.

Il cassiere è il capitano Bettino Marselli, segretario è l’aspirante medico Francesco Santoro.

La sera del 23 novembre 1918 in onore della costituita Opera Pro mutilati, il tenente tenore Carrara canta la romanza Mattinata di Mascagni.

Giacomo Desana,, Diario (Quaderno Cellelager)

Giacomo Desana, Diario (Quaderno Cellelager)


Tempio votivo del Divin Prigioniero a Valle di Colorina (SO)

Scrive Guido Sironi nei Vinti di Caporetto: “Nella gelida landa di Celle, l’ex cappellano del 38° fanteria, sacerdote Giovanni Folci, agl’intimi osò svelare l’idea che da tempo maturava in cuore: Noi promettiamo a Dio un tempio che Gli attesti la riconoscenza dei tornati in Patria e ricordi, in un suffragio perpetuo, i morti nell’esilio.

L’idea piacque, fu discussa e raccolse una numerosa serie di firme. Ora quel santuario, per virtù di sacrifici molti e grandi, è un fatto compiuto.”

Il primo progetto del santuario è dell’ingegner De Ferrari, che a Celle il 9 maggio 1918, schizza il prospetto; nel dopoguerra il progetto è aggiornato e modificato da don Ambrogio Moioli, la parte artistica è affidata all’architetto Angelo Angelini di Milano.

Don Folci riesce a costruire il santuario con l’aiuto economico arrivato dagli ufficiali prigionieri a Celle, ma anche da ex prigionieri di altri lager. Ugualmente i proventi della vendita del libro di Guido Sironi I Vinti di Caporetto sono a beneficio dell’erezione della chiesa. Gli abitanti di Valle di Colorina hanno aiutato materialmente, traportando pietre, intonacando muri, etc.

Posta la prima pietra nel 1920, il Santuario è inaugurato nel 1925 con il preciso scopo che, il silenzio non scenda sui prigionieri morti come scrive don Folci.

Don Giovanni Folci nel settembre 2015 è stato proclamato beato.

Il santuario è ora la chiesa dell’abitato di Valle di Colorina.

Abside del santuario di Valle di Colorina (SO) - Nicola Arduino, La celebrazione della messa in un campo di prigionieri (1933)

Abside del santuario di Valle di Colorina (SO) – Nicola Arduino, La celebrazione della messa in un campo di prigionieri (1933)

Santuario di Valle di Colorina (SO) - Pietro Tavani: La morte del prigioniero (1934)

Santuario di Valle di Colorina (SO) – Pietro Tavani: La morte del prigioniero (1934)

Santuario di Valle di Colorina (SO) nel 2015

Santuario di Valle di Colorina (SO) nel 2015


Lapide a Giovanni Battista Aicardi

Le sentinelle del campo erano autorizzate a fare fuoco su coloro che si fossero troppo avvicinati ai reticolati. Una conseguenza degli ordini impartiti fu l’uccisione a sangue freddo, che restò impressa con orrore nella memoria di tutti, dell’aspirante Giovanni Battista Aicardi. Il fatto avvenne per gli ordini gridati da una sentinella, ignorati o non compresi dai prigionieri, che si erano avvicinati alla recinzione per salutare i prigionieri francesi che passavano inquadrati all’esterno del campo. La sentinella non esitò a sparare colpendo Aicardi che cadde, sottolinea Angelo Rognoni, con il petto squarciato dalla scarica a mitraglia. Sul muro una chiazza di sangue sgocciola lentamente. Dal giorno dopo quella baracca, chiusa a tutti, diventa la meta di pellegrinaggio continuo.

Dopo il rientro in Italia, Colonnello Pisani a nome degli ufficiali, consegnò al Sindaco di Porto Maurizio (oggi Imperia), la somma raccolta di 4000 marchi, con preghiera di provvedere alla lapide in bronzo a ricordo della tragedia; Il progetto della lapide fu lo scultore Salvatore Saponaro anche lui prigioniero a Celle. La lapide è posta nel Palazzo Comunale di Imperia e reca la scritta pensata dagli ex prigionieri:

Oscura vittima di trista barbarie fiore purpureo di soave giovinezza latina Giovanni Battista Aicardi prigioniero in terra germanica cadde inerme colpito a tergo da brutale mitraglia e salì al cielo dei Martiri nostri immortali.

La salma di Giovanni Battista Aicardi, nel 1923 rientra ma poco dopo a Roma muore la madre mentre è impegnata nell’organizzazione degli aiuti alle famiglie di ex prigionieri.

Gli ufficiali fondano un comitato provvisorio per erigere una scultura nel cimitero di Staglieno sulla tomba che conserva le ceneri della madre e del figlio.


A beneficio dei militari ciechi di guerra

Il colonnello di Fanteria Noè Grassi, già comandante l’80° reggimento, il 1° agosto 1920, versa lire 1000, il ricavato della vendita del libro Quattordici mesi di prigionia di guerra in Germania all’Istituto dei militari ciechi di guerra di Villa Felicetti di Roma.

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A beneficio degli orfani di guerra

Nel primo dopoguerra il tenente Luigi Piazza, a nome del comitato nato a Celle per sostenere i bambini orfani di guerra, scrive agli ufficiali che la pubblicazione dell’album di disegni Cellelager di Francesco Nonni è stata edita ed invita i sottoscrittori a versare la quota di L. 13,50.

I 55 disegni a tecnica mista (matita e carboncino) rappresentano molti momenti della vita del Lager. Dell’Album saranno stampate due edizioni.
Molte sono le famiglie che ancore oggi conservano l’album Cellelager di Francesco Nonni.


Monumento nel cimitero dedicato ai militari morti

Da I vinti di Caporetto di Guido Sironi:

Nella prima metà di dicembre [1918] volemmo compiere un mesto dovere. Era stata raccolta fra noi una somma non indifferente per costruire nel cimitero un ricordo marmoreo dei nostri poveri morti. Un concorso, indetto fra gli artisti o dilettanti del campo, aveva dato risultati lusinghieri. Era stato prescelto un bozzetto del tenente Saponaro di concezione bistolfiana: un prigioniero nudo, supino, al quale la morte aveva spezzato le catene che gli stringevano i piedi. Quel bozzetto rimase com’era: mancavano i mezzi e il tempo di far di più. Con qualche migliaio di marchi fu acquistato un cippo, sormontato da una croce, il quale fu eretto nel centro del cimitero.

Dal diario di Giacomo Desana risulta che il monumento fu benedetto da don Gioacchino Di Leo futuro vescovo di Palermo.

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Dal Diario di Giacomo Desana

Questo monumento è ancora presente nella città di Celle, nello stesso posto voluto dai militari italiani.


La nostra promessa

Don Gioacchino Di Leo al rientro da Celle pubblica La nostra promessa, giornale con il quale intende raccogliere fondi per ringraziare il Vaticano per gli aiuti forniti ai prigionieri. In questo ritaglio alcuni nominativi di sostenitori:

ritaglio da La nostra promessa

ritaglio da La nostra promessa

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