Alfredo Salvatici

Il cucchiaio giallo di Cellelager
un racconto di Marcello Salvatici ricordando il padre Alfredo


Presso un negozio di antiquariato librario ho trovato due malconci volumi con il timbro del campo di prigionia di Hannover nella prima guerra mondiale. Un’antologia di Anton Francesco Doni, pubblicata da Formiggini nei “Classici del ridere” e passi per questa… Ma il secondo raccoglie tutta la polemica fra il Caro e il Castelvetro a proposito della canzone del Caro Venite a l’ombra dei gran gigli d’oro, lettura non molto adatta per distrarre dai lunghi ozi della prigionia.

La guerra del ’14-’18 fu infatti l’ultima guerra con tratti cavallereschi: uno era che gli ufficiali non lavoravano. La cosa ora farà scandalo, ma che volete, allora era così. In quel campo, insieme a Gadda e Bonaventura Tecchi certo anche mio padre, preso prigioniero dopo la rotta di Caporetto nell’autunno del ’17, di quel periodo, poco raccontava; che i guardiani erano territoriali dell’esercito tedesco, gente anziana, con i baffi imbiancati dal gelo anche di meno 15 gradi.

Raccontava che avevano mangiato il cagnolino del comandante del campo e non per fargli dispetto, ma per la fame. D’altronde i tedeschi ormai non avevano da mangiare neanche per loro. Uno spregio ai tedeschi l’avevano fatto invece gli inglesi, i quali a guerra finita, piuttosto che lasciare i loro viveri, li avevano tutti calpestati e resi inservibili. Gli inglesi erano quelli che attraverso la Croce Rossa ricevevano più pacchi. In quanto agli italiani, chi li riceveva e chi no; mio padre che cosa doveva ricevere dalla famiglia: erano otto fratelli, di cui tre in guerra. Se mai riceveva qualche lettera che gli consegnava l’anima lunga di Pacelli, Nunzio Apostolico in Germania. I russi poi non ricevevano nulla di nulla, con la rivoluzione in casa… Dignitosamente accattavano da una baracca all’altra, dicevano: – Tabacco, tabacco – , che in tutte le lingue si dice su per giù allo stesso modo.

Io commentavo: – Sei arrivato fino ad Hannover… chissà quante cose hai visto… – . – Niente, non ho visto niente, in questo casi non si vede nulla – .

Alcuni anni dopo il comando gli aveva consegnato un album di ricordi con ritratti in un bianco nero livido. Si intitolava Cellelager. A me faceva impressione uno dove si vedeva un prigioniero dalla faccia spettrale che cadeva colpito con le braccia incrociate sul petto e diceva: – Mamma! – ; un tentativo di evasione… e poi la fila tra la neve per il rancio, chiamato la sbobba. Questo album devo averlo ancora, in qualche posto, perduto è invece l’ammaccato cucchiaio giallo che mio padre aveva preso come ricordo. Non gli ho mai chiesto se fra i compagni di prigionia avesse incontrato Gadda o Tecchi.

Mia madre quando lui faceva tardi al circolo e tornava a notte alta, si lamentava che questo vizio del gioco l’aveva preso in prigionia e la prigionia era finita ma quel vizio chissà quando sarebbe finito.

Eppure, nonostante questi ricordi, la guerra per lui era una cosa quasi sacra e non poteva sopportare le mie espressioni antimilitariste. In un mio libro avevo parlato di soldati assassinati dalla prima guerra mondiale, espressione barocca, lo riconosco, infelice, di falsa indignazione a freddo. Lui però se ne era scandalizzato. In via diretta non mi aveva detto niente, ma era stata incaricata mia madre di elevare la sua protesta.

Dal racconto inedito Guerrafondaio sbagliato:

Era giunto al fronte dopo un corso abborracciato alla svelta, durante la guerra del quindici: la fecero, come soldati, i contadini e, come ufficiali, i maestri e altri diplomati. Degli operai e dei tecnici c’era bisogno nelle fabbriche; i ferrovieri erano tutti militarizzati perché non potessero scioperare, loro vezzo abituale, però non combattevano, mandavano i treni e le tradotte stipate di militari. Dopo neanche un mese di presenza al fronte, ecco Caporetto; lui era proprio in Conca di Plezzo dove gli austro tedeschi, più i tedeschi che gli austriaci, sfondarono. Così si ritrovò prigioniero e spedito al lager di Hannover, dove erano anche Bonaventura Tecchi e Carlo Emilio Gadda, future glorie letterarie, che però non conobbe.

Cosa fece per finire prigioniero? Non ne parlava mai, però è semplice: si sarà arreso con gli altri, alzando le mani davanti a fucili spianati e vociacce gutturali che nel prosieguo della storia arrivarono in tutta Italia e tutti sentirono.

Mio padre tornò, divenne maestro. Della guerra gli restò una Beretta che ripose nell’armadio fra le lenzuola. […] Gli dettero una medaglia di bronzo, ma quella la dettero a tutti e il suo fu proprio un atto di presenza sul fronte. Neppure Cavaliere di Vittorio Veneto fu poi nominato perché occorreva un minimo di sei mesi in prima linea.

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