Carlo Alcide Cavagna

Marco, Tito Ettore e Mariaclotilde Preioni di Domodossola,
nipoti di Carlo Alcide Cavagna, raccontano la storia del prozio


Alcide Carlo Cavagna

Alcide Carlo Cavagna

Alcide Carlo Cavagna, nato a Cecima di Molino del Conte (PV) nel 1890, figlio di Cesare Cavagna segretario comunale e di Clotilde Ferrari (figlia di “possidente”), diplomato perito agrimensore nel 1909 a Pavia, subito impiegato al Regio ufficio tecnico erariale per i rilievi cartografici e catastali, prima in Calabria e poi nell’Appennino bolognese, dopo essere stato negli anni 1915-16 sergente del 1°Reggimento Artiglieria da montagna, ed aver combattuto sull’Altopiano di Asiago, fu ammesso alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento presso l’Accademia di Modena.
La nomina ad Ufficiale gli venne comunicata con telegramma del 25 settembre 1917 dal Comandante della Scuola Militare di Modena, indirizzato alla sua residenza di Molino del Conte con l’ordine di presentarsi al deposito del Secondo Alpini nella mattina del giorno 27.

Col grado di Sottotenente degli Alpini venne destinato al Battaglione Valle Stura 215a compagnia. Combatté sull’Ortigara (cimitero degli Alpini) e venne fatto prigioniero il 27 novembre del 1917 nella zona di Platischis a seguito della disfatta di Caporetto.

Dopo la cattura, con rapido trasferimento, venne condotto al campo di smistamento Kriegsgefangenensendung di Crossen am Oder (ora in Polonia) dal quale scrisse al padre la lettera datata 6 dicembre 1917 in cui chiedeva di mandargli cibo e vestiario invernale in una cassetta di legno ed un lucchetto con chiave da usare poi come armadietto.

Dopo quasi un mese di permanenza nel campo di smistamento austro-polacco di Crossen, con la cartolina del 5 gennaio 1918 il prigioniero comunicava ai familiari il suo nuovo indirizzo di destinazione a Celle di Hannover, campo per soli ufficiali, separati dai soldati, germanicamente denominato Offizier-Gefangenen-Lager. Nella missiva veniva indicata la precisa collocazione postale, da indicare nella corrispondenza a lui diretta dall’Italia: Offiziergefangenenlager – n. 2091 – Blocco A-2° Regg. Alpini – Cellelager-Hannover.

Per ritardo postale nella consegna al paese d’origine del prigioniero attraverso la Croce Rossa, la corrispondenza dall’Italia veniva tuttavia indirizzata a Crossen ancora per tutto gennaio 1918 ma, grazie all’efficiente servizio postale tedesco gli veniva comunque recapitata a Cellelager. La prima lettera spedita dall’Italia coll’indirizzo di Cellelager, e non più con quello di Crossen, era infatti datata 9 febbraio 1918.

Si apprende dalla fitta corrispondenza che il primo pacco viveri destinato ad Alcide, benché ancora indirizzato a Crossen, arrivò a Cellelager il 4 febbraio 1918, e quindi il destinatario chiese nella successiva lettera se i suoi familiari ne avessero già spediti altri due a Crossen.
Nostro prozio Alcide Cavagna, che per noi tre fratelli Preioni è sempre stato “lo zio”, il solo ed unico nostro zio, perché nostro padre e nostra madre erano figli unici, amato e rispettato, conservò meticolosamente tutta la corrispondenza ricevuta in prigionia ed al ritorno a casa la unì alla corrispondenza che con altrettanta cura era stata rigorosamente conservata da suo padre Cesare, segretario comunale di Molino del Conte, da sua madre Clotilde Ferrari, da sua sorella Beatrice, nostra nonna materna.

Nella corrispondenza ci sono poi le lettere ed i riferimenti alla sua fidanzata, Anita, bella ragazza di Porretta (BO), conosciuta prima della guerra quando era stato mandato dal governo ad aggiornare il Regio catasto dell’Appenino bolognese. Si sono ovviamente conservate solo le lettere di Anita arrivate ad Alcide in Germania e quelle che Anita aveva mandato alla famiglia di nostro zio.

E’ interessante notare che nella posta recapitata a Cellelager c’è anche la lettera datata 24 giugno 1918 di un cugino residente a Coney Island, Stati Uniti, paese in guerra con la Germania, a prova che le relazioni dei carcerieri coi prigionieri erano improntate a grande correttezza nonostante la situazione bellica, regolarmente controllata dalla censura statunitense e da quella tedesca, alla quale forse era sfuggito il senso della espressione “…Credo nell’anno venturo di potere abbracciarti in Italia…”. Evidentemente la guerra vista dall’America sembrava ormai al termine.

Nelle centinaia di lettere raccolte si coglie soprattutto il disagio per la sventura d’essere caduti in prigionia, per la monotonia delle giornate oziose e per la scarsità e poco gradevolezza del cibo somministrato nel campo, che solo i pacchi di viveri provenienti da casa potevano un poco rallegrare.
Il ritorno in Italia avvenne alla fine di dicembre del 1918, in treno, attraverso la Svizzera ed il tunnel del Sempione.

Sono rimaste due interessanti testimonianze, tra l’altro proprio di Domodossola, città che mai Alcide avrebbe allora potuto immaginare di rivedere anni dopo, quando divenne luogo di residenza di sua nipote, cioè di nostra mamma, laureata in Lettere a Pavia, venuta ad insegnare a Domodossola dopo aver sposato l’avvocato Valerio Preioni, domese, nostro padre.

Alla stazione ferroviaria di Domodossola c’era infatti un servizio di accoglienza dei militari che provvide a trasmettere, con telegramma datato 25 dicembre, alla famiglia la notizia del rientro: “Alcide trovasi Domodossola rimpatriato.” E c’erano le Dame della San Vincenzo che distribuivano cartoline con la dicitura “Domodossola saluta i fratelli che ritornano-24 Dicembre 1918”.

Alcide, giunto a Milano, prese il treno per Voghera e fece una puntata a casa, a Molino del Conte in valle Staffora, per Natale. Ma già il 26 arrivò al comando militare di stazione di Voghera il telegramma-precetto per la prosecuzione del viaggio: “Sottotenente del 2° Alpini, Cavagna Alcide, ex prigioniero rimpatriato dalla Germania, viaggia da Voghera a Firenze per raggiungere quel centro di raccolta. Vale il presente quale foglio di viaggio. Voghera 26 dicembre 1918”.

Congedato e ripreso servizio al Regio Ufficio Catastale, Alcide sperò di ritrovare l’amore di Anita. Ma l’anno di lontananza e la distanza avevano affievolito il legame che evidentemente non era così forte come da lui desiderato.

Anche le esigenze di servizio avevano giocato contro perché nostro zio, anziché tornare nel bolognese, venne mandato a misurare le colline intorno a Gattinara (VC) e ciò pose serio ostacolo a frequentar l’amata.

Ma Gattinara fu per noi fatale. Alcide si portò al seguito Beatrice, detta Bice, sorella minore di 4 anni, bella ragazza che trovò subito marito in un brillante giovanotto del luogo, Ettore Travostino: nostro nonno. Alcide, forse ancora innamorato di Anita, deluso per il contrasto tra l’enfasi delle lettere d’ amore e la mancanza di sostanziali riscontri concreti, decise il “beau geste”: non la legione straniera, ma l’italianissima colonia libica.

Nel 1923 s’imbarcò per Tripoli per servire lo Stato italiano nell’accatastamento della Libia che da ex dominio turco – scatolone di sabbia – doveva diventare la più produttiva colonia agricola italiana: andava misurata, accatastata, censita, lottizzata e concessa alla famiglie italiane affinché esse producessero grano, meliga, olive, arance, datteri, tabacco ed avviassero moderne coltivazioni ed allevamenti di bestiame.

Nel 1929 divenne “Cavaliere dell’Ordine coloniale d’Italia” e restò a Tripoli fino al 1951, quando il Governo italiano passò le consegne al nuovo stato libico.

Rientrato in Italia riprese servizio con la qualifica di dirigente dell’ufficio tecnico erariale a Pavia, fino alla pensione, nel 1955.

Si ritirò quindi nella casa paterna di Castana (Pv), nella quale era ritornata anche sua sorella Bice, nostra nonna, vedova, e qui rimase fino alla morte nel 1981.


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